Quanto è abbastanza per stare bene? Cosa dicono gli studi su soldi e felicità e perché l’obiettivo, prima del portafoglio, puoi definirlo solo tu.
Livello: Per tutti
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«Quando arrivo a quella cifra, mi fermo.» Quanti soldiservonoper esserefelici è una domanda che quasi tutti ci siamo fatti, di solito mettendoci davanti un numero. Centomila euro, mezzo milione, il milione tondo. La soglia dopo cui pensiamo di poter finalmente dire ok, adesso sono a posto. Sembra una frase saggia, da persona che ha capito come gira il mondo. Però quasi nessuno, una volta arrivato a quella cifra, si ferma per davvero.
C'è una storia che gira da anni su questo tema. La raccontò Kurt Vonnegut in una poesia uscita sul New Yorker nel 2005. A una festa in casa di un miliardario, Vonnegut fa notare all'amico Joseph Heller che il padrone di casa, in un giorno solo, ha guadagnato più di quanto Heller abbia incassato in tutta la vita con «Comma 22», il suo romanzo più famoso. E Heller gli risponde che lui ha una cosa che quel miliardario non avrà mai, sapere di avere abbastanza. È un aneddoto, ovvio, ma centra un punto che di solito saltiamo. Prima di scegliere quali ETF comprare, prima di decidere quanto versare ogni mese e come costruire il portafoglio, viene una domanda che quasi nessuno si pone sul serio. Quanti soldi servono per poter dire basta?
Un numeropreciso che rende felici non esiste, e chi dice di conoscerlo di solito ti sta vendendo qualcos'altro. La domanda però resta, ed è una delle più importanti che puoi farti sui tuoi soldi.
Qualcosa, sul rapporto tra soldi e felicità, lo sappiamo. Fino a un certo livello il denaro conta eccome. Toglie lo stress di arrivare a fine mese, le notti passate a fare i conti, la paura dell'imprevisto che manda all'aria tutto. Oltre una soglia dignitosa, che non vuol dire da ricchi, ogni euro in più sposta la bilancia sempre meno.
Qui serve una distinzione che spesso ci sfugge, e l'hanno messa nero su bianco Daniel Kahneman e Angus Deaton in uno studio del 2010, analizzando oltre 450.000 risposte di persone negli Stati Uniti. Esistono due modi diversi di misurare se stai bene. Il primo è quanto ti dici soddisfatto della tua vita quando la guardi da lontano, come un bilancio, e questo giudizio complessivo continua a salire, un po', anche con più soldi. Il secondo è come stai nelle giornate normali, ora per ora, l'umore vero dentro le cose che fai, e questo oltre una certa soglia smette di migliorare. Puoi avere il doppio sul conto e goderti le giornate esattamente come prima.
In quello studio, su quei dati, la qualità delle giornate smetteva di salire intorno ai 75.000 dollari l'anno. È un numero da maneggiare con cura, perché sono dollari statunitensi del 2008 e 2009, non una cifra universale e nemmeno una conversione in euro valida qui e oggi. Quello che conta è la forma della curva più del numero in sé. A un certo punto si appiattisce.
Il quadro, va detto, è piùsfumato di così. Un lavoro più recente, firmato dallo stesso Kahneman con Matthew Killingsworth, ha riaperto la questione. Per molte persone il benessere continua a crescere anche oltre quella soglia, e il tetto regge soprattutto per chi era già meno felice di partenza. Come dire che, oltre un certo punto, i soldi in più non sistemano le fonti profonde dell'infelicità.
Perché non ci sentiamo mai arrivati
Resta la domanda vera. Se oltre una certa soglia i soldi contano così poco, perché quel numero ci scappa sempre davanti? Esistono tremodi di ragionarci su, diversi tra loro, e conviene tenerli tutti e tre.
Prima visione, imparare a dire basta
Con i soldi la parte difficile non è farne di più. Anche quello è complicato, ci mancherebbe, ma la sfida vera è un'altra, riuscire a dire basta a un numero che cresce in testa e non si ferma da solo. Se ti metti a gareggiare con gli altri entri in una corsa senza traguardo. Sopra di te ci sarà sempre qualcuno con la macchina più bella, la casa più grande, il conto più pieno. L'unica mossa sensata è non iscriversi a quella corsa.
E c'è un motivo abbastanza preciso dietro tutto questo. Quanto ci sentiamo soddisfatti non dipende solo da quello che abbiamo, ma da quanto è vicino a quello che ci aspettavamo di avere. Pensa a un aumento sognato per mesi. I primi tempi sei al settimo cielo, poi ti ci abitui, lo dai per scontato e già guardi al prossimo. Man mano che la situazione migliora, migliorano anche le pretese, e di solito alla stessa velocità. Così resti sempre allo stesso punto, con la sensazione di non avere maiabbastanza, anche quando oggettivamente stai meglio di prima.
Di queste due leve, quello che possiedi e quello che pretendi, una sola la puoi muovere davvero tu. Alzare lo stipendio o il patrimonio richiede anni e non dipende solo da te. Abbassare un po' le pretese, invece, è una cosa su cui puoi lavorare da subito. Detta così sembra una resa, eppure spesso è proprio quello che ti fa sentire che quello che hai ti basta.
C'è un dettaglio che rende la corsa ancora più sfiancante. Viviamo molto meglio dei nostri nonni, case più comode, lavoro meno pesante, accesso a cose un tempo da ricchi, eppure non ci sentiamo il doppio più sereni. Una volta la distanza tra te e chi ti stava intorno era piccola, il vicino, i parenti, il paese. Oggi quella distanza è enorme e ce l'abbiamo davanti ogni giorno scrollando il telefono, dove ognuno mostra solo la parte migliore di sé. Spesso quello che ci rode non è il desiderio di avere di più, ma il fastidio di vedere qualcun altro che sta meglio.
Così finiamo per comprare per fare colpo su chi ci guarda. Solo che gli altri, davanti alla nostra macchina nuova, raramente pensano a noi, immaginano semmai come starebbe a loro. Ci indebitiamo per impressionare gente che guarda soprattutto sé stessa. E c'è una cosa che il confronto ci nasconde sempre. Degli altri vediamo i soldi spesi, l'auto, i viaggi, i vestiti, quasi mai quanto gli è rimasto in tasca dopo averli spesi. Scambiamo chi spende tanto per chi ha tanto, e sono due cose diverse.
Se quella corsa non ha un traguardo, l'unica cosa sensata è smettere di guardare gli altri e guardare a quanto serve davvero a te. Ne esce un principiopratico, comportamentale prima che finanziario. Dividere idealmente i soldi in due blocchi.
Il primo copre tutto quello che ti serve per vivere sereno, le spese di tutti i giorni e un cuscinetto per gli imprevisti, la tranquillità di sapere che se salta lo stipendio non vai nel panico. Questo blocco, per quanto possibile, andrebbe tenuto al riparo, in liquidità o in strumenti molto stabili come gli ETF monetari. Quello che avanza, una volta coperta la base, è la parte che puoi scegliere di esporre al rischio per farla crescere, ad esempio con un piano di accumulo.
Per questa parte gli ETF diversificati e a basso costo possono essere una soluzione valida per molti, a patto di scegliere strumenti e allocazione coerenti con il proprio orizzonte e con quanto rischio si regge. La finanza resta personale, non esiste un portafoglio buono per tutti. Prima ti copri le spalle, poi provi a spingere.
Sotto a tutto questo c'è un principio che in economia si chiama utilità marginale decrescente. Ogni euro in più vale un po' meno del precedente, quando già stai bene. Passare dal non arrivare a fine mese a uno stipendio solido ti cambia la vita. Passare da benestante a molto ricco cambia molto meno, perché i problemi veri quei primi soldi te li avevano già tolti. Oltre un certo punto gli zeri li vedi crescere, ma non li senti quasi più.
Seconda visione, abbastanza è libertà più che una cifra
Qui abbastanza smette di essere un numero e diventa una domanda su come vuoi vivere. Immagina di avere di colpo tutti i soldi che sogni. Cosa faresti davvero? In tanti rispondono di getto che smetterebbero di lavorare. Ma se gratti sotto quella risposta, quasi nessuno sogna il divano per il resto della vita. Sogna di togliersi di dosso le parti della giornata che detesta, il capo che non sopporta, la sveglia all'alba, il lavoro fatto solo per lo stipendio, il dover dire sempre sì a tutti.
E quella libertà, scegliere come passi il tuo tempo e con chi, non arriva tutta insieme il giorno in cui diventiricco. Arriva a pezzi, molto prima di quanto pensi. Qualche mese di stipendio da parte ti dà già la libertà di rifiutare un lavoro tossico senza entrare nel panico. Un piccolocapitale ti dà quella di accettare quello che ti piace anche se paga meno. Più il cuscinetto cresce, più scelte ti puoi permettere.
Alla fine contano le porte che quella cifra ti apre, più della cifra in sé. Duepersone con gli stessi identicisoldi possono vivere in modo molto diverso. Una li usa per comprarsi delle cose, l'altra per comprarsi la libertà di decidere come vivere, e di solito è la seconda a stare meglio. A farci stare bene conta tantissimo sentire di avere il controllo sulla nostra vita, spesso più di quanto guadagniamo. I soldi ci rendono sereni soprattutto quando ci comprano la facoltà di scegliere, più che per la cifra che segnano sul conto.
E poi c'è il tempo. Accetteresti di svegliarti domani con vent'anni in più sulle spalle in cambio di un conto da miliardario? Immagino di no. Vale anche al contrario, perché chi i miliardi li ha già darebbe chissà cosa per riavere gli anni passati ad accumularli. Il tempo, a differenza dei soldi, una volta speso non torna più, e rischiamo di accorgercene tardi.
Terza visione, quella sensazione potrebbe non arrivare mai
Questa terza lettura va controcorrente rispetto alle prime due. Quel senso di ok, adesso sono a posto spesso non arriva nemmeno a chi ha fatto montagne di soldi. Più sali, più si allarga la cerchia delle cose e delle persone di cui ti senti responsabile, e il traguardo torna a spostarsi un po' più in là. Oltre un certo livello l'abbondanza comincia perfino a pesare. Più soldi vogliono dire più cose da gestire, più gente che vuole qualcosa da te, meno tranquillità. Per certe persone, superata una certa soglia, avere molto di più complica la vita invece di semplificarla.
Se nemmeno una ricchezza enorme porta quella sensazione, allora cosa conta davvero? Quasi sempre cosesemplici, e più o meno lestessepertutti. La salute. Dormire tranquilli la notte. Le persone a cui vuoi bene e che ti vogliono bene. Il tempo per fare quello che ti piace. Sono cose che migliorano un sacco quando passi dal non avere niente all'avere il necessario, e che poi smettono di migliorare man mano che aggiungi altri zeri.
C'è un'asimmetria che aiuta a vederlo. Se ti chiedessi cosa ti rende felice, faresti fatica a rispondere. Se ti chiedessi cosa ti rende infelice, lo sapresti dire al volo. Il non dormire, i debiti che ti angosciano, le persone tossiche intorno, il lavoro che odi. Forse essere ricchi vuol dire prima di tutto togliersi di dosso le cose che ci rovinano le giornate, ancora prima di aggiungerne di nuove e più belle. Per dormire sereno non serve il secondo milione, serve la testa libera dai pensieri.
Torna qui quell'indizio di Kahneman e Killingsworth lasciato in sospeso prima. Oltre una certa soglia i soldi in più fannofatica a riempire di felicità, e dove l'infelicità ha radici profonde non bastano a scalzarla. Possono togliere i problemi che si risolvono con un bonifico, non quelli che stanno da un'altra parte.
E non è un caso isolato. Uno degli studi più lunghi mai condotti sulla felicità, avviato a Harvard nel 1938, ha seguito le stesse persone per oltre ottant'anni. La conclusione è semplice da capire e difficile da mettere in pratica. A rendere bella e sana una vita sono soprattutto le relazioni con le persone a cui teniamo. È un dato osservazionale, racconta una correlazione più che una causa dimostrata, ma la direzione è chiara. E oltre una certa soglia, su queste cose, i soldi incidono pochissimo.
In sintesi, quanto è abbastanza per te
Le tre visioni non raccontano la stessa cosa, ed è un bene. La prima ti insegna a fermarti e ti dà pure il come, mettere al riparo la base e tenere esposto al rischio solo quello che avanza. La seconda sposta il traguardo dalla cifra alla libertà e al controllo sul tuo tempo. La terza avverte che quel senso di appagamento, da solo, potrebbe non arrivare mai, e che a pesare restano salute, sonno e relazioni.
Un modo per cominciare è ribaltare la domanda. Invece di chiederti quanto vuoi arrivare ad avere, chiediti cosa smetteresti di fare il giorno in cui avessi abbastanza, e cosa invece faresti lo stesso. Lì dentro, di solito, c'è già metà della risposta.
Una formula della felicità non esiste, e non è certo qui che la trovi. Una cosa però questo discorso la riporta dritta ai soldi. Anche il portafoglio più efficiente del mondo serve a poco se non hai deciso prima percosa lo staicostruendo. Gli ETF, i costi bassi, la diversificazione sono strumenti utili, ma restano strumenti al servizio di un obiettivo. L'obiettivo, cioè la risposta a quanto è abbastanza, quella puoi dartela solo tu.
Quando l'obiettivo ce l'hai in testa, quello che puoi fare è verificare se il portafoglio che hai costruito gli assomiglia davvero. Lo fa il portfolio tool di justETF, che dai tuoi ETF ricostruisce com'è fatta davvero la tua allocazione, quanto pesa la parte azionaria e quanto quella più difensiva, e quanto ti sei allontanato da quella che avevi in mente. Il numero giusto per te non te lo dirà nessuno strumento. Ma se quel numero l'hai scelto, lo strumento può dirti se ci stai andando vicino.
Suggerimento justETF: prima di guardare i rendimenti, scrivi nero su bianco per cosa stai investendo. È l'obiettivo a decidere il portafoglio, non il contrario.