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S&P 500 top 20: Ha senso investire nel meglio del meglio?

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L’S&P 500 top 20 investe solo nelle prime 20 aziende dell’indice S&P 500. Ha senso un ETF del genere?

S&P 500 top 20: Ha senso investire nel meglio del meglio?
 
  • Livello: Principianti
  • Tempo di lettura: 5 minuti
Ecco i temi che tratteremo oggi:

Overview

Le prime 10 società dell’indice S&P 500 oggi pesano circa il 40 % dell’intero indice.
Le prime 3, Nvidia, Microsoft e Apple, da sole arrivano al 20 %.
Tutto ciò, tradotto in pratica, vuol dire che se investi 100 euro in un ETF sull’S&P 500, 40 euro finiscono nelle prime 10 aziende e 20 euro nelle prime 3.
Nvidia, da sola, pesa più di interi settori del listino americano.

Peso % di Nvidia rispetto S&P 500

Peso % di Nvidia rispetto S&P 500
Fonte: justETF al 20 ottobre 2025
Siamo, letteralmente, a livelli storici di concentrazione.
E questa concentrazione fa discutere, e anche molto.
Da una parte ci sono gli analisti preoccupati: perché se un indice è dominato da poche società, un piccolo passo falso di una sola di esse può avere un impatto enorme sull’intero mercato.
In altre parole, la diversificazione, tipica di indici come l’S&P 500, rischia di svanire.
E in effetti, quando le prime 3 aziende contano più di centinaia di altre messe insieme, la domanda è legittima.
Dall’altra parte, però, c’è chi fa notare che se queste aziende oggi pesano così tanto è perché hanno saputo crescere più di tutte le altre.
Negli ultimi anni hanno infatti macinato risultati a ritmi mai visti prima, e i loro bilanci continuano a dimostrare che quella crescita non è solo speculazione o euforia.
A confermarlo ci sono anche i dati di FactSet: le cosiddette Magnificent Seven, Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet, Meta, Tesla e Nvidia, dovrebbero registrare nel terzo trimestre una crescita media degli utili del 14,9 %. Se però le escludiamo, le restanti 493 società dell’S&P 500 si fermano a una crescita del 6,7 %.

Crescita Utili Q3 2025 Magnifiche 7 vs restanti 493

Crescita Utili Q3 2025 Magnifiche 7 vs restanti 493
Fonte: justETF al 20 ottobre 2025
E questo trend, secondo molti analisti, non sembra destinato a fermarsi, come vediamo da un altro grafico che mostra la crescita attesa degli utili nei prossimi trimestri mettendo a confronto le Magnificent Seven con le restanti 493.

Stima Crescita Utili Magnifiche 7 vs restanti 493

Stima Crescita Utili Magnifiche 7 vs restanti 493
Fonte: FactSet al 20 ottobre 2025
Il motivo è semplice: dietro questa crescita c’è un driver preciso: l’intelligenza artificiale. Oggi le big tech stanno investendo somme colossali, parliamo di centinaia di miliardi di dollari, per costruire data center e infrastrutture dedicate all’AI.
Secondo Bloomberg Economics, entro il 2030 gli investimenti complessivi dei principali protagonisti del settore potrebbero raggiungere la cifra impressionante di 4.000 miliardi di dollari.
Per avere un’idea delle dimensioni, basti pensare che già nel 2026 la spesa annuale dovrebbe salire da 400 a 600 miliardi di dollari.
E senza questo enorme impulso, l’economia americana sarebbe cresciuta di appena l’1 %, invece dell’1,6 % registrato nella prima metà del 2025.
Tuttavia, stime così positive implicano anche che nei prezzi di oggi è già incorporata gran parte di questa crescita attesa.
Ricordiamoci, infatti, che i mercati finanziari sono meccanismi di sconto, ovvero forward looking: tendono cioè ad anticipare nei prezzi di oggi le aspettative sugli eventi futuri.
Questo significa che, quando osserviamo un grafico oggi, molte delle informazioni positive che conosciamo sono già riflesse nelle quotazioni.
Ecco perché, per continuare a salire, queste aziende dovrebbero fare ancora meglio del meglio di quanto già previsto.
In poche parole, oggi il motore della crescita degli Stati Uniti è l’AI spending e a tenere le mani sul volante sono proprio le stesse aziende che dominano l’S&P 500.
Quindi sì, la concentrazione è indubbiamente alta.
Tuttavia, se da un lato c’è chi guarda con preoccupazione a tutti questi fattori, dall’altro c’è anche chi vede in questa concentrazione un’opportunità per investire nel meglio del meglio.
L’S&P 500, dopotutto, è già una selezione ristretta delle principali aziende americane, che esclude le società a media e piccola capitalizzazione.
Ma di recente è nato un nuovo ETF che porta questo concetto ancora oltre, replicando solo le prime 20 aziende dell’indice.
E poiché dalla sua nascita ha registrato performance davvero interessanti, ho deciso di analizzarlo per capire più da vicino di cosa si tratta e se può davvero avere senso in un portafoglio.
 

Analisi dell’ETF

Questo ETF investe nelle 20 società più grandi dell’S&P 500.
Le prime 10 da sole rappresentano circa i tre quarti del portafoglio.
Nell’indice classico, invece, le prime 10 contano solo per poco più di un terzo.
Tra le principali partecipazioni troviamo Nvidia, che pesa circa il 18 %, seguita da Microsoft con il 14 % e Apple con il 13 %, per poi proseguire con le altre società che completano la top 20.
Come possiamo notare, ognuna di queste aziende ha un peso decisamente più elevato rispetto a quanto accade nell’S&P 500 tradizionale.

Confronto prime 10 partecipazioni

Confronto prime 10 partecipazioni
Fonte: justETF al 28/10/2025
Per decisione di chi ha costruito l’indice, l’azienda più grande non può pesare più del 35 %, mentre le altre singole aziende non possono superare il 20 %.
È comunque un portafoglio fortemente concentrato, dominato dal settore tecnologico, che pesa quasi la metà del totale.

Confronto settoriale

Confronto settoriale
Fonte: justETF al 28/10/2025
Il resto si distribuisce tra comunicazioni, beni di consumo discrezionali, finanza e sanità.
È un ETF ad accumulazione, a replica fisica, con domicilio fiscale in Irlanda.
Il costo annuo, il TER, è dello 0,20 %, quindi superiore agli ETF tradizionali sull’S&P 500, che si fermano anche allo 0,03 %.

Performance e storicità

L’ETF in sé è un prodotto piuttosto recente, nato poco più di un anno fa.
Tuttavia, utilizzando i dati storici dell’indice sottostante, possiamo estendere il confronto fino al 2015, avendo così un orizzonte temporale di confronto più ampio.
Andiamo quindi ad analizzare i principali indicatori, confrontando l’andamento dell’indice S&P 500 Top 20 con quello del più noto S&P 500 classico.
Per il confronto ho utilizzato i dati in euro e in versione total return, cioè includendo il reinvestimento dei dividendi lordi, in pratica, come se avessimo in mano un ETF ad accumulazione.
Su base decennale, il rendimento totale del Top 20 risulta superiore rispetto a quello dell’S&P 500 tradizionale, come possiamo osservare da questo primo grafico.

S&P 500 vs S&P 20 TR (EUR) 2015-2025

S&P 500 vs S&P 20 TR (EUR) 2015-2025
Fonte: Rielabolarazione di justETF su dati S&P Global
Il rendimento annualizzato è infatti più elevato (19,9 % contro 14,9 %), anche se accompagnato da una maggiore volatilità (18,8 % contro 15,4 %).
Se invece di limitarci al rendimento totale analizziamo i risultati nei vari intervalli temporali, attraverso i cosiddetti rolling returns, ovvero i rendimenti calcolati su periodi mobili, come anno per anno, notiamo una tendenza simile.
L’indice più concentrato continua a sovraperformare l’S&P 500 classico nella maggior parte dei casi.
Ad esempio, posizionandoci a fine dicembre 2024, investendo un anno prima avremmo ottenuto un rendimento di circa +50 % con il Top 20, contro un +34 % dell’S&P 500 standard.

S&P 500 vs S&P 20 TR (EUR) 2015-2025 Rolling Returns

S&P 500 vs S&P 20 TR (EUR) 2015-2025 Rolling Returns
Fonte: Rielabolarazione di justETF su dati S&P Global
E questa differenza si mantiene anche spostando la finestra temporale in avanti o indietro, sia prendendo finestre temporali di 2 o 3 anni.
Durante le fasi più difficili di mercato, il massimo drawdown, cioè la perdita massima registrata nel periodo, è stato del 29 % per il Top 20, contro il 34 % dell’S&P 500 classico.

S&P 500 vs S&P 20 TR (EUR) 2015-2025 Drawdown

S&P 500 vs S&P 20 TR (EUR) 2015-2025 Drawdown
Fonte: Rielabolarazione di justETF su dati S&P Global
Anche sul piano del rapporto rischio/rendimento, misurato attraverso l’indice di Sharpe, entrambi i benchmark si posizionano intorno a 1, con un leggero vantaggio per il Top 20.

I pro e i contro

L’S&P 500 Top 20 rappresenta quindi le venti società che, da sole, hanno generato oltre il 68 % della performance complessiva dell’indice S&P 500 negli ultimi tre anni.
Parliamo di colossi globali con modelli di business estremamente diversificati e ricavi provenienti da tutto il mondo.
  • Apple è presente ovunque ci sia un dispositivo connesso;
  • Amazon opera dal retail al cloud computing fino ai contenuti digitali;
  • Microsoft domina praticamente ogni ambito del software, dall’office automation all’intelligenza artificiale.
In altre parole, investire nel Top 20 significa esporsi a un concentrato del già concentrato S&P 500, investendo quindi in quelle che sono le aziende più grandi, più innovative e più influenti del pianeta, oggi protagoniste assolute del megatrend dell’intelligenza artificiale, probabilmente il più dirompente dai tempi della nascita di Internet.
Tuttavia, la concentrazione resta un’arma a doppio taglio.
Un portafoglio composto da appena venti titoli, per quanto solidi e profittevoli, rimane esposto al rischio specifico.
In altre parole, basta un passo falso di una singola azienda, una trimestrale deludente o un cambio normativo sfavorevole per influenzare in modo significativo la performance complessiva.
Inoltre, non bisogna dimenticare un principio fondamentale: i rendimenti passati non garantiscono quelli futuri.
È il cosiddetto recency bias, ovvero la tendenza a credere che ciò che ha funzionato in passato continuerà a funzionare anche in futuro.
Per questo motivo, più che un ETF da utilizzare come “zoccolo duro” del portafoglio, l’S&P 500 Top 20 può essere considerato una componente satellite, utile per dare maggiore esposizione a un determinato settore o rafforzare la presenza delle big tech all’interno di una strategia più ampia.
E in un momento in cui molti investitori stanno riducendo l’esposizione verso gli Stati Uniti, questo ETF fa esattamente l’opposto, ovvero raddoppia la scommessa sull’economia americana e sul suo cuore tecnologico.
Allo stesso tempo, può essere inserito in un’ottica più tattica da chi desidera beneficiare del potenziale delle grandi società americane senza dover acquistare direttamente i singoli titoli, che spesso richiedono capitali importanti e una gestione più complessa.
Basti pensare che una sola azione di Nvidia oggi vale circa 190 dollari, Microsoft si aggira intorno ai 530 dollari, mentre Apple è quotata attorno ai 265 dollari per azione.
Per costruire un portafoglio equilibrato con questi titoli servirebbero quindi decine di migliaia di euro, oltre al tempo necessario per seguirne l’andamento individuale.
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